L´economia al centro della politica
Miniguida al dibattito che ha "riscaldato" l´estate
"It´s the economy, stupid" si diceva qualche anno fa, e in effetti mai come in questi mesi al centro della politica c´è l´economia. Per chi desidera approfondire, ecco una serie di proposte di lettura con una piccola "guida". Ho scelto articoli usciti negli ultimi quattro mesi sulla stampa italiana, tutti rintracciabili liberamente attraverso la rassegna stampa della Camera dei Deputati.
Si comincia dalla guerra in Iraq, con due articoli di Stiglitz (La Repubblica, 10 marzo e 11 aprile). In effetti, in Italia non è ancora emerso con chiarezza che i costi elevatissimi della guerra in Iraq sono una delle cause della crisi finanziaria ed economica che gli Stati Uniti hanno esportato nel resto del mondo. E´ una situazione simile a quella dell´inizio degli anni ´70, quando il deficit americano generato dalla guerra del Vietnam, insieme all´aumento del prezzo del petrolio, provocò la fine del sistema di Bretton Woods, e cioè la fine del sistema di cambi fissi ancorati al dollaro messo in piedi dagli accordi economici post-bellici. Arrivò anche allora una forte svalutazione del dollaro, che alimentò l´aumento del prezzo del petrolio e la partenza dell´inflazione degli anni ´70.
Era da vent´anni, in realtà, che si aspettava questo "redde rationem". E´ da vent´anni che gli Stati Uniti accumulano il cosiddetto "doppio deficit" (twin deficit), quello della bilancia dei pagamenti e quello pubblico. Solo alla fine degli anni ´90 le politiche di Clinton riuscirono a eliminare uno dei due deficit, riportando il bilancio pubblico in attivo. Ma dal settembre del 2001 in poi, con i costi della guerra, deficit e debito statunitensi sono di nuovo "schizzati". Insomma, gli statunitensi vivono al di sopra delle loro possibilità, consumano più di quanto producono, e si fanno finanziare dal resto del mondo, che accumula nelle proprie riserve la moneta americana e poi la utilizza per fare "shopping" in giro per il mondo, ma soprattutto negli stessi USA. La storia l´abbiamo già vista con i "petrodollari" e con i giapponesi che, dopo aver invaso gli Stati Uniti con i loro prodotti, nel corso degli anni ´80 hanno continuato l´invasione comprando aziende, titoli, ecc. Oggi gli avanzi più grandi li hanno, oltre ai produttori di petrolio, gli asiatici, e li riallocano tramite i cosiddetti "fondi sovrani", alla ricerca di buone occasioni di acquisto.
La novità, rispetto a trent´anni fa, è l´euro. Il quale sta sopportando quasi per intero e da solo l´onere di questo storico aggiustamento macroeconomico mondiale. L´articolo di De Cecco (La Repubblica, 10 marzo) spiega bene che al processo di riequilibrio mancano due gambe: quello della Cina, che dovrebbe anch´essa rivalutare lo yuan, come noi europei stiamo facendo con la nostra moneta; e quello degli arabi, che dovrebbero cominciare ad accumulare, insieme agli asiatici, le loro riserve anche in euro.
Si tratta in entrambe i casi di problemi squisitamente politici: come si può convincere la Cina a rivalutare, quindi a comportarsi come un attore che si fa carico dell´equilibrio economico mondiale, senza neppure riformare il G8? E come si può convincere il mondo arabo filo-occidentale, quello ricco grazie al petrolio, a modificare la tradizionale alleanza con gli Stati Uniti?
Insomma: si uscirà dalla crisi solo continuando le politiche già messe in atto (espansione monetaria e salvataggi bancari negli Stati Uniti, contrazione in Europa, "moral suasion" su asiatici e arabi) oppure sarà necessaria una nuova Bretton Woods, e cioè un ridisegno complessivo e innovatore dell´intero assetto della governance globale?
Una visione moderatamente ottimistica è quella di Spaventa (La Repubblica, 22 luglio) e di Alesina (Il Sole, 10 maggio e 20 luglio), i quali ricordano che Cina e India, ormai, sono più importanti per la crescita mondiale degli stessi Stati Uniti. La loro domanda di consumi "tira" l´export di chi si è attrezzato ed è diventato competitivo (vedi, ad esempio, l´industria tedesca, ma anche pezzi di quella italiana), la loro disponibilità di valuta li rende propensi ad investire non solo negli USA ma anche in Europa. Cina e India possono contribuire al riequilibrio non solo con le loro importazioni, ma anche attivando flussi di capitali a compensazione dei loro avanzi commerciali.
Meno ottimista Visco (Il Sole, 19 luglio), che mette in luce i complessi problemi politici da affrontare per definire questo "nuovo ordine mondiale". Il fallimento delle trattative commerciali della WTO di qualche giorno fa è un argomento a favore dei pessimisti. In realtà stanno prevalendo dappertutto spinte protezionistiche e difensive, anche nella campagna elettorale USA. E il prevalere di queste spinte impedisce che Cina e India possano convincersi ad aprire di più i loro mercati per "tirare" il mondo mentre gli USA si leccano le ferite della recessione e della crisi finanziaria. I paesi ricchi avrebbero dovuto, per chiudere il "Doha round", rinunciare a un po´ di sussidi agricoli in cambio di una maggiore apertura dei nuovi giganti asiatici ai loro prodotti industriali e di servizio, ma non l´hanno fatto.
Baldassarri (Il Sole, 19 luglio) sposa la tesi di diversi governi europei, lamentando l´eccessiva attenzione all´inflazione da parte della Banca Centrale Europea, che è causa di un apprezzamento troppo elevato dell´euro. Anche Fitoussi (La Repubblica, 7 giugno) critica le politiche europee, ma non ne fa colpa alla Banca Centrale bensì alla "costituzione materiale" dell´Unione Europea e alla rigidità delle regole del patto di stabilità. Insomma, se non ci sono alternative ad una politica monetaria rigida e all´apprezzamento dell´euro, in chiave anti-inflazione, l´Europa potrebbe ridurre lo shock recessivo che l´ha colpita con una politica fiscale meno ingessata.
Le ragioni dell´aumento dei prezzi dei prodotti alimentari di base sono esaminate da Krugman (La Repubblica, 9 aprile) e da un giovane economista italiano (Monni, Nel merito.com, 29 maggio): la produzione di biocarburanti negli Stati Uniti è una componente non secondaria, e soprattutto quella più difficile da rimuovere in tempi di campagna elettorale USA. Diverso il caso dei biocarburanti prodotti in Brasile dalla canna da zucchero, che sono meno costosi e hanno maggiore efficienza energetica.
Per quanto riguarda il prezzo del petrolio, che non si tratti solo di speculazione viene dimostrato da Krugman (La Repubblica, 7 luglio): i minerali di ferro, per i quali non esiste un mercato "future" sono aumentati quanto il petrolio (+96%), per effetto della domanda da parte delle acciaierie cinesi.
Cosa fare? Stiglitz (La Repubblica, 23 giugno) risponde: pazienza per l´inflazione, l´Occidente deve togliere i sussidi all´agricoltura e ai biocarburanti non efficienti. Paolo Guerrieri (Nel merito.com, 16 luglio) ricorda che nel mondo non ci sono solo USA, Europa, arabi e potenze emergenti. Nel resto del mondo, quello più povero, la crisi si abbatte in modo pesantissimo, ampliando a dismisura la povertà e la crisi alimentare. Occorrerebbe un rilancio concertato delle politiche globali contro la povertà, ma i grandi della terra hanno ben altre priorità.
Summers (Il sole, 11 maggio) si dichiara "pentito" della globalizzazione, critica (a posteriori) l´eccessiva enfasi "competitiva" delle politiche di Clinton, di cui lui stesso è stato artefice, avendo ricoperto la carica di Capo Dipartimento al Tesoro fra il 1999 e il 2001. Spera in un nuovo ruolo guida di un governo democratico degli USA che si faccia promotore della progressività fiscale, della cura dei beni pubblici, di un "basta" alla rincorsa verso il basso nel grado di protezione sociale del lavoro, di un freno alla libertà di movimento dei capitali attraverso i paradisi fiscali. Insomma, spera non solo che vinca Obama, ma che poi prevalga nella nuova amministrazione americana un´intonazione fortemente progressista.
Dani Rodrik (Il Sole, 20 luglio) è stato uno dei primi critici della globalizzazione, su posizioni non di tipo radicale e "no global", ma, diremmo noi in Italia, di tipo riformista. Il suo primo libro "global-scettico" è del ´97. Oggi si gode l´autocritica di Summers e dei clintoniani, spera in una nuova governance globale ("l´economia mondiale aspetta disperatamente il suo nuovo Keynes"), ma soprattutto ricorda un punto molto importante: con l´aumento dei costi del trasporto, che sarà permanente, alcuni effetti più perniciosi della "sbornia" da globalizzazione vedranno rallentare le loro dinamiche nei prossimi tempi. Sarà meno conveniente delocalizzare, sarà più conveniente tornare a produrre non troppo lontani dai mercati di sbocco. Il mio commento è: buon per chi ha mantenuto tecnologie e apparati industriali, come la Germania e, in Italia, le piccole e medie imprese dei distretti.
Lo stesso Rodrik (Il Sole, 13 marzo) utilizza il calcio per sostenere la sua tesi, e cioè che la globalizzazione non porta benefici in sé e per sé, ma soltanto se associata ad una solida base di politiche e di istituzioni interne a ciascun paese. E´ questo, secondo Rodrik, il motivo per cui la Coppa d´Africa è stata vinta dall´Egitto, e non dalle nazionali che avevano una prevalenza di giocatori impegnati nei campionati europei, come Camerun o Costa d´Avorio.
Un po´ fuori dal coro, e come sempre di grande intelligenza, il punto di vista di Cipolletta (Il Sole, 21 maggio), che rifiuta l´interpretazione puramente economicistica delle crisi che percorrono il mondo di oggi ("it´s the economy, stupid") e ne ricorda invece alcuni aspetti politici: fenomeni nazionalistici e localistici, razzismo, intolleranza religiosa, spazio ai partiti e ai politici che fanno leva sulla paura e sull´insicurezza. Insomma, "it´s the policy, stupid".
Passiamo all´Italia. Spaventa (La Repubblica, 13 giugno e 1 luglio) ricorda le colpe delle imprese per il declino di produttività del sistema produttivo italiano: pochi investimenti, poca innovazione, e soprattutto poco dinamismo della grande impresa. Sul versante della politica economica, sostiene la posizione del PD a favore di un alleggerimento dei carichi tributari per i lavoratori e i pensionati (insomma, la posizione di Fitoussi, portata a scala nazionale). Cipolletta (Il Sole, 7 maggio e 27 luglio) invece è contrario a politiche di sostegno della domanda interna e ritiene che tutto debba svolgersi dal lato dell´offerta: flessibilità, modernizzazione della pubblica amministrazione, infrastrutture, ecc. Piuttosto che stimolare in modo indistinto la domanda di consumi, propone stimoli di tipo selettivo: ad esempio, per le ristrutturazioni che abbassano i consumi energetici. Anche Ruffolo (La Repubblica, 2 agosto) si schiera per politiche di sostegno agli investimenti piuttosto che ai consumi.
Pirani (La Repubblica, 29 luglio) riporta i dati di recenti ricerche che confermano la ripresa e la vitalità di ampie parti dell´apparato industriale italiano. La cura dell´euro è stata una cura da cavallo, ma a dieci anni di distanza qualcuno è riuscito a vincerla e l´Italia si conferma un paese a forte vocazione industriale. Tutto avviene però nei distretti e nelle piccole e medie imprese, ricorda Alessandra Carini (La Repubblica, 28 luglio). La Carini ha fatto una bella inchiesta in quindici articoli, andando a visitare i principali distretti industriali italiani. Ha trovato un´industria molto più internazionalizzata e competitiva di quanto accade nei settori dominati dalle grandi e grandissime imprese. E territori poco toccati dalla crisi. Purtroppo, questi territori sono limitati quasi interamente al Centro-Nord. E´ facile profeta chi prevede che la crisi in corso accentuerà le distanze fra Nord e Sud.